Vedi Angkor Wat e poi muori

Vedo per la prima volta immagini di Angkor Wat a cinque anni nel 1983, in televisione.

L’emozione è tale da decidere di andarci, un giorno. Un giorno avrei camminato nella sua giungla, giocato con gli insetti sotto una di quelle facce sorridenti e protettive.

In quegli anni la Cambogia era occupata dalle truppe di liberazione vietnamite e rivelava al mondo l’enormità dell’autogenocidio perpetrato dai Khmer Rossi.

Il giornalista che narrava da vicino i complessi movimenti sullo scacchiere indocinese era al tempo stesso un profondo e sincero amante del popolo khmer, Tiziano Terzani. Egli ne seguì con compassione le sanguinose vicissitudini; e si preoccupava di Angkor Wat, di come potesse e se potesse sopravvivere ai bombardamenti e, quando poté visitarla di nuovo dopo anni, e proprio allora io la ammiravo in televisione la prima volta, espresse il timore che a breve sarebbe stata invasa da orde di turisti intruppati in pullmini con l’aria condizionata.

Angkor Wat era stata scoperta dall’esploratore Henri Mouhot nel 1860, dopo che un solo missionario portoghese ne aveva scritto, nel XVI secolo.

Sulle tracce dei successivi esploratori, il sito veniva gradualmente conosciuto in cerchie sempre più larghe di appassionati, sino ai turisti veri e propri; finché negli anni ’60 questi erano aumentati così tanto da convincere Re Sihanouk della necessità di costruire due grandi alberghi a Siem Reap: l’Auberge Royale des Temples e l’ Hotel Air France, per un totale di mille posti letto.

Quando la guerriglia si trasformò in guerra civile e i Khmer Rossi uscirono dalla giungla, il numero di turisti registrato era ancora di 150 presenze al giorno, e poi decrementò all’inasprirsi del conflitto. In una nazione destinata al devasto, nel 1972, durante i fronteggiamenti tra i khmer comunisti e i governativi di Re Sihanouk, anche i due alberghi collassavano distrutti sotto le operazioni di riconquista di questi ultimi. In quelle settimane alcune cannonate cadevano sui templi, danneggiando un portale e un bassorilievo.

L’occupazione di Angkor Wat da parte dei ribelli, il posizionamento del filo spinato al 4° Km sulla strada per Siem Reap e il continuo barrage sull’aeroporto, avevano reso impossibile l’arrivo di chiunque. Il “visitatore”avrebbe dovuto sfidare i cecchini appostati nella giungla e le mine di questi partigiani per una strada di 180Km da Battambang, in taxi, lungo un paesaggio sospeso tra crateri e casematte, desolato ed attonito.

Per timore di colpire ancora le rovine, i governativi evitavano i cannoneggiamenti, mentre all’interno del sito archeologico gli operai che lo ripulivano, allora come oggi, dalla vegetazione sconquassante, continuavano a lavorare sotto la direzione Khmer. Era il 1973. Gli addestratori di elefanti imperiali, che qui facevano training per i pachidermi in una enorme piscina in muratura, ben presto non ebbero più animali con cui lavorare; da allora la piscina sarebbe rimasta vuota per sempre e loro sarebbe stati impiegati come strappaerbe.

Notizie su frammenti scultorei provenienti dalle rovine e rivenduti al mercato nero delle armi thailandesi si facevano sempre più frequenti e preoccupavano Terzani….gli stessi Khmer Rossi cercavano di finanziare la loro guerra distruggendo infine anche Angkor Wat?

I partigiani conquistarono il potere nel 1975 e fino al 1978 la nazione fu un grosso, cupo interrogativo politico ed umanitario per tutti, a partire dagli “Indochina Watchers” ovvero gli osservatori dell’Indocina, cosi detti perché a nessuno era possibile entrare in Cambogia a parte un nutrito gruppo di “esperti” cinesi. Ciò che “forse” stava accadendo li dentro sembrava loro un incubo ricorrente visualizzato attraverso i racconti febbricitanti dei pochi profughi cambogiani, e cosa stava succedendo ad Angkor Wat, senza voce, che non poteva tentare la fuga?

E, quando nel 1979 l’occupazione vietnamita metteva fine al regime di Pol Pot, cominciava una nuova fase della guerra cambogiana, quella che si sarebbe conclusa solo nel 1991, con l’intervento dell’ONU e il pilotaggio della nazione esplosa fuori dal disastro.

Quando vedevo le rovine di Angkor Wat in televisione, i Cambogiani stavano ancora morendo a centinaia di fame e malattie, o uccisi nelle guerriglie dentro la giungla, dove i Khmer Rossi si nascondevano ancora, riconosciuti dalla comunità internazionale come governo legittimo.

Sono arrivata a Siem Reap il 31 Dicembre del 2014, di notte, quando Pub Street era già occupata letteralmente in un rave cosmopolita. La mia stanza era stata rivenduta, la città era traboccante, ed erano le dieci di sera. Con una ex militare israeliana di 29 anni in viaggio da cinque, e un musicista irlandese canadese che suonava una chitarra giocattolo ad ogni momento, ho trovato un atrio di un albergo in cui dormire quella notte. Ho scoperto l’inimmaginabile, e cioè che oggi non sei nessuno se non passi il capodanno lanciandoti birra e borotalco a Siem Reap assieme alla moltitudine di turisti e backpackers; è il posto in cui essere, è dove c’è la movida dei travelers, in Indocina. Sono arrivata li via terra, via Poipet, dove mentre attendevo in coda il timbro è esplosa una bomba carta, benaugurale, mi sono subito convinta. E ad Angkor Wat sono arrivata una mattina presto, proprio con uno di quei pullmini dall’aria condizionata immaginati a suo tempo da Terzani. Eppure quando sono entrata ho provato sensazioni indescrivibili ma chiare, riassumibili nella lucida percezione di essere nel posto più sacro della terra. L’efficiente organizzazione franco-nipponica del sito archeologico ha permesso ad oggi un afflusso medio di migliaia di persone al giorno. Questa, sotto il nome di APSARA, è nata nel 1993, dopo che nel 1992 l’UNESCO aveva inserito Angkor Wat nella lista dei luoghi patrimonio dell’umanità in pericolo, ed è oggi gestita dai Cambogiani stessi, consapevoli ed orgogliosi di mostrare al mondo, tra le meraviglie di questo, la più meravigliosa. E me lo sono chiesto: quanto è corretto che un posto talmente sacro come questo venga calpestato da migliaia e migliaia di turisti? Quanto questi percepiscono come me la sacralità di questo posto? Risposta immediata: tutti. Tutti quanti.

Da persona naive, da persona che realizzava finalmente il sogno della sua vita più puro, incontaminato ed emozionale, l’impatto è stato duro. Mi sentivo come si sarebbe sentita Nausicaa della Valle del Vento tornando nella Valle del Vento dopo che questa era stata trasformata in una specie di Italia in Miniatura. L’immensa città degli Dei Re, e quella dopo, e quella remota, nascosta ancora tra la giungla dopo ancora, piene di turisti, non importa quanto le strade siano ancora scomode. Quanto c’è di corretto in un outcome del genere per uno dei posti più sacri del pianeta?

Il turista si sa, ama fotografare. E le macchine digitali permettono di fare foto a tonnellate. Cosi, per ogni turista, una, due, dieci macchine fotografiche alzate al cielo, come ferme nel tempo, ad aspettare qualcosa o qualcuno. Come bastoni battesimali, come bacchette magiche. Come occhi alieni. Ritrattisti in modalità automatica degli splendidi sorrisi di buddha, di vishnu, di shiva, delle incarnazioni irate di altre decine di figure mitologiche del pantheon indu e theravada che qui hanno dato forma  alle danze dei secoli. Si arriva emozionati pensando  alle foto che si scatteranno. Si va via pieni di foto in cui braccia, cappelli e lembi di altri corpi infestano le prospettive, rovinano le inquadrature, dissacrano il mistico, decontestualizzano un sogno. Ho fatto di tutto per eliminare dalle inquadrature gli sciami di cinesi, i giapponesi rispettosi, i francesi sgualciti, gli americani palestrati, gli australiani fisicati. Ho alzato la macchina, abbassato l’orizzonte, zoomato al limite dell’obiettivo, fotografato dai buchi delle pietre. Ho maledetto tutti per intere giornate. Poi sono tornata a casa e ho capito. E’ stato editando le foto che ho compreso il loro significato. Queste sono le rovine di Angkor Wat come sono nella realtà, come le vedrete quando andrete.

Così è sopravvissuta, prima all’ abbandono, poi alla giungla, infine alle guerre, e al regime di Pol Pot e oggi sopravvivrà alle truppe dei turisti. Terzani deve essere stato davvero uno degli ultimi uomini a godere di questo paradiso in totale solitudine, eppure questo luogo vale ogni sgomitata, ogni alzataccia, ogni viaggio per lungo che sia da qualunque parte della terra. Altrimenti non ci sarebbe tutta questa gente. Vedi Angkor Wat e poi muori.

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