Diario della Cina

Questo diario apparve a puntate sul Tafter Journal nel 2012, un luogo di riflessioni sull’economia della cultura. Da poco Tafter ha chiuso. Ho deciso di pubblicarlo momentaneamente in questa forma, nell’ ordine cronologico. Per le foto di quel viaggio, rimando a un futuro prossimo, alla sistematizzazione della pagina.

This diary was published by the online Tafter Journal in 2012, a place for reflecting on world culture and the use of new technologies. Unfortunetly Tafter is no longer existent.  Here is a re write in chronological order of my diary as was written in the journal. The missing photos, due to a strained  working schedule will be added as soon as I get back from my next voyage. Thank you for your kind patience. 

A letter from Beijing

Hutong e sostituzioni, ovvero del lento filtrare

Approdo a Pechino di mattina.

Discendere con l’aereo e impattare su un’area di vastissima, che si perde in fretta nel marrone della foschia inquinata.

Non si vede Pechino, ma comunque non avrebbe senso guardarla da qui. Questo viaggio è nato come le bolle soffiate con una cannuccia colorata in un bicchiere di coca, come quelle bolle si presenterà Pechino, senza senso se guardata dall’alto, ma come un’infilata di bolle nello sguardo frontale.

Dongcheng si mostra per prima e mi mostra la capitale. Questa sarà per sempre la mia Pechino, da qui l’inquinamento atmosferico si percepisce ma impatta diversamente. Dongcheng è un agglomerato di hutong della città. L’hutong è la misura minima di quartiere popolare pechinese ed è di hutong che, a parer mio, è fatto il reale tessuto urbano della capitale. Siamo a nordest della Città Proibita e a sud ovest dei Templi di Confucio e dei Lama e con essi Dongcheng confina implacabile.

Pochi qui i turisti ma per lo più l’esotico sono io, e diversi bambini e bambine mi chiedono di fare una foto insieme.

Divenuti attrazione turistica, vederci passare provoca numerosi rischi di incidenti tra risciò moto e bici, tandem, motorette, sidecar, pedoni e bimbi minuti che giocano in strada seminudi, testa rasata, su cumuli di sabbia.

L’hutong è perennemente in costruzione e in divenire nonostante i suoi cinquecento anni. Non si può sapere chi siano o in quanti vivano realmente in Dongcheng e limitrofi. Vicoli stretti placcati di fili elettrici scoperti, basse case di mattoni grigi, la vita si svolge all’aperto e le attività si sovrappongono senza pudore. Entrarvi non viene spontaneo. Già Pechino è così malatamente ricolma di gente da provocare il bisogno di pace e silenzio, figurarsi farsi venire in mente di entrare in una di queste strade in cui si vive come duecento anni fa vivevano i cinesi: di ristorazione da strada e piccoli locali, si vive di riciclo e umili mestieri; lo scontrino è inesistente, il che fa di queste persone commercianti non regolamentati dal governo, mal visti ai loro stessi rappresentanti dunque. Ed ecco che io li sostengo.

Gulou è una strada importante nel mio hutong di Dongcheng, vi passano autobus e macchine, oltre i normali mezzi di locomozione studiati dai cinesi. L’incrocio è conteso da un venditore di tazze sfuse di vari stili, uno di caramello soffiato su stecco, un guidatore di risciò e una venditrice, infine, di fermacapelli pelosi a forma di orecchie di animaletti. Attorno, uomini seduti in terra e decine di altre attività. È su Gulou che la guida ci è venuta a prendere questa mattina, per un tour spremi-turisti a cui abbiamo dovuto prendere parte per poter vedere la Grande Muraglia, e solo per essa.

Prima di cominciare ad orientarmi per Gulou ho dovuto percorrerla per 4 giorni.

Cosa cementa una città ai suoi cittadini?

Sogno. Sul letto duro senza quasi materasso del mio ostello: mi osservo allo specchio, indossando orecchie di coniglio e maschera antigas. Ho capelli lunghi e lisci color arancione. “Ni hao” mi dico.

Stamattina Dongcheng si sveglia immersa nella sabbia del Gobi, mentre io mi sento ancora dentro il sogno.

Ma il sogno è meno farraginoso della realtà.

Capitale dei 25 milioni e degli odori più disperati dista dal deserto del Gobi poche centinaia di chilometri. Scatto foto alla maniera di Gianluca, tenendo cioè l’obiettivo all’altezza dell’ombelico, di sbieco, e guardando da una parte mentre scatto in tutt’altra direzione. È l’unico modo per cercare di fermare le persone che incrocio. Inoltre il taglio sbilenco delle foto mi piace, perché simula meglio il mio sguardo veloce – non si dice forse in sicilia “tagliare” per dire “guardare”? -. È più corretto, penso, dire di tagliare un particolare dal tutto, di questa Cina.

I capelli mi si attaccano alla nuca, con sudore e sabbia, quella di un distretto polveroso di mattoni da costruzione o forse quella del Gobi? Mattoncini per le vie, mattoni rubati e nascosti sotto il tappetino di un treruote, nel crepuscolo prima di cena. Risate squillanti di ragazzine in vestitini color caramella, veline.

Ancora pochi i turisti visti. Rossi, pallidi, ciondolanti.

È sabbia, sono tempeste di sabbia quelle che si alzano a nord nelle giornate come questa. Giallognola o rossiccia si poggia su tutto, entra nelle case, si attacca al bucato steso in strada, accarezza i capelli della vecchia sdentata e cieca all’incrocio per poi incollarsi su quelli della pelle-di-porcellana che prende un te tibetano più a destra. Si pastella col sudore sulle pance scoperte dalle maglie arrotolate degli uomini di strada, i lavoratori invisi al governo centrale della grande repubblica. Tutto questo, solo questo è Dongcheng, siamo lontani dai buildings e dai loro mall con i ristoranti giapponesi o italiani e i megaschermi sintonizzati sulle olimpiadi di Londra.

Il turismo di massa è un fenomeno recente qui.

Il tramonto sabbioso imbibisce questa cartolina di Piazza Tienammen, dove un tempo i giovani studenti sono venuti a protestare e oggi bivaccano con fare occidentale di fronte la pur seria cerimonia dell’ammainamento della bandiera. Ridono addirittura mentre mimano il passo dei militari che compiono questo saluto al sole. Ignorano poi le camionette della polizia che sempre più insistentemente invitano a sgomberare a cerimonia terminata. Bisogna passare per il metal detector ed essere perquisiti prima di entrare, quasi in un rapporto uno a uno con l’intera Repubblica Popolare; riusciamo a far passare un coltello ma non una bomboletta antizanzare. Ma all’uscita, quando la sabbia del Gobi non si percepisce più e viene sostituita dalle luci acrobatiche attorno il ritratto del Gande Mao, sulle mura ciclopiche della Città Proibita, fluiamo tutti insieme placidi, verso mastodontici sottopassi. Via via perdendo di vista il vicino, avvolto come viene nell’azzurro della notte vasta, vasta secoli, vasta miliardi di persone.

Riconquistare Dongcheng attraverso uno squilibrato risciò, rovinare su strade che di notte sembrano chiudersi sulla loro magia, quando le lanterne rosse si accendono.

Pechino fa il verso alle capitali occidentali?

Contenitori. Contenitori sono i locali che fervono di sorrisi a mandorla e capelli serici. Come ovunque, e sempre me ne stupisco, mancano gli occidentali. Le piccole pasticcerie chiudono, i giovani pechinesi affollano Bailou, la strada dello shopping hipster di Dongcheng. Mangiano cibo da strada, spiedini di pollo alla paprika e dolciumi che mi ricordano quelli a base di fagioli azuki, quelli giapponesi. Anche le ragazze più sostenute non fanno caso alla polvere, all’acqua sporca, alla spazzatura che rosicchia la strada e anzi, vi si aggirano schivando tutto dai loro tacchi alla moda. Intanto nella Bailou diventa notte, e i pub all’occidentale si riempiono. Ci fermiamo in un centro sociale, il Mao. È un posto che da fuori ricorda una piccola fabbrica, con le pareti di metallo, e da dentro mostra in tutto il suo orgoglio postcontemporaneo muri graffittati e dipinti e barman e barmaid dai capelli tinti e i corpi tatuati. Non sembra quasi di essere sostanzialmente in uno slam cinese, sembra quasi Europa. Sembra quasi il Tacheles. La musica, Rolling Stones, un po’ di noise. La sala della musica dal vivo è aperta, un gruppetto di giapponesi dai capelli alla jrock fa avanti e indietro trascinando gli strumenti. Da bere birre, drink di qualche tipo, quasi tutto in stile occidentale.

Contenitori. Anche questo mi sembra un contenitore. Ripieno di altri contenitori proprio come le scatole cinesi, è come se avessero riproposto i nostri, ma è come se nel duplicarli non vi avessero messo dentro l’anima.

Chissà se ci sono case infestate, in Cina.

Cambiamo, verso le due di notte, per un pub in legno a due piani più terrazzo dalle lanterne rosse onnipresenti, a pochi metri di distanza. Qui invece ci sono occidentali ed orientali che fanno conoscenza. Prendiamo diversi drink, mentre la musica è rimasta ferma agli anni 90: Guns&Roses, Rage Against the Machine. È un volume eccessivo, fatto per sbronzarsi, molto occidente, si. E difatti il barman marsigliese invita due cinesi sbronze a liberare i bagni, mentre i ragazzi occidentali gridano perché non riescono a sentirsi.

Tornando a casa, vedo un venditore di lampade colorate, appoggiato alla sua bici sfinita e, per un attimo, ho un fremito di emozione, credendo che all’interno delle lampade ci siano delle lucciole a far da lumino. Devo restarne delusa. Sono lampade con lucine elettriche, non lucciole catturate nei parchi della grande, mitica Capitale del Nord. Sarebbe dovuto essere il 1945, la Guerra appena finita, quella Cina. Ma quella Cina è scorsa via. Ci si può sentire davvero molto soli il giorno. Ma la notte le labbra si assottigliano, gli angoli della bocca scendono all’ingiù.

Pioverà un giorno, mi dico. E laverà via tutti questi odori marci, di antipulce e canfora. Pioverà sulle belle chiome lucide ma polverose di queste ragazze ruffiane, sulla pancia vuota di quel tipo che ricicla i cartoni, pioverà sui quei cartoni, sulla montagnetta di sabbia su cui giocavano stamattina i bambini a sedere nudo. Pioverà sul coniglio, sul pavone, galline e cagnolini nelle gabbiette per le strade, prima ancora che vengano cucinati. Sulle pesche rosa di un rosa davvero balocco. Pioverà sui cantieri dell’ hutong.

E la pioggia salverà Pechino ancora per un giorno, per un giorno ancora, dalle dune mobili dell’onorevole Gobi. Nulla poté neppure la Grande Muraglia di fronte ai mongoli sui loro cavalli nani dal pessimo carattere, nulla potrà questo tifone che si avvicina contro quel deserto che si muove cantando.

A letter from Pingyao.

La città degli spiriti e lalbero di ailanto

Viaggiare, partire, lasciare un luogo per uno diverso non è immediato, non è semplice; siamo in Cina. E vogliamo muoverci assieme ai cinesi, con i loro modi.

Abbiamo acquistato i biglietti del treno per Taiyuan direttamente alla reception del nostro ostello. Ci hanno detto che, per raggiungere da Pechino la cittadina storica tra le meglio conservate della nazione, ovvero Pingyao, è più semplice prendere un treno fino la capitale dello Shanxi, e da li un autobus.

Nulla è mai come ti dicono, qui. Ce ne accorgeremo presto, premio la perdita del treno, e una banale caduta durante l’attraversamento pedonale che mi costa quasi un multiplo investimento e una bella escoriazione al ginocchio destro (quello che non era gigio) ed eccomi ora, a stento lo piego.

Dovrò dire addio ai miei sogni di yoga sulle montagne sacre, ai saluti al sole che speravo di imparare meglio, eseguendoli in stretto rapporto con questa natura.

Nulla è mai semplice, nulla è come vi è stato detto. Nonostante i calcoli minuziosi e maniacali sulle tempistiche per raggiungere la stazione est della città, il tassista riesce a farci perdere nel traffico. “La retta è per chi ha fretta” diceva Giovanni Lindo Ferretti, quando scriveva i suoi pezzi per l’album Tabula Rasa Elettrificata, di base in Mongolia. Ed è così che va. Capiamo presto che la logica che guida un comune mortale nell’unire due punti a e b attraverso una linea retta, non appartiene al tassista cinese. Assieme a ciò, egli ignora del tutto il concetto di ‘‘ora’’ inteso come “questo momento” e di “fretta”. Per lui andare in stazione non significa che c’è un treno da prendere ora e che si rischia di perderlo. Per lui siamo “viaggianti” “in partenza” e questo fa di noi tali per sempre. Siamo quelli che “vanno”, “vanno via, prendono un treno”, forse. Prima o poi.

A Pechino ci sono svariate stazioni dei treni, come scopriremo più avanti, la stazione Sud è quella più avveniristica fra tutte, perché è da li che partono i bullet train per Shanghai. Ma la stazione est non è moderna.

Il primissimo impatto avviene con i cartelloni degli orari, la cui logica, appunto, oltre alla lingua, ci sfugge. E la lasciamo fuggire. D’altra parte abbiamo perso il treno, io ho un ginocchio sanguinante e un leggings strappato e non è facile insomma, no. Una medicazione e bendaggio di fortuna viene approntata nell’interregno che va dal pasto alla salita sul treno.

Scopriamo che bisogna stare tutti in fila di fronte al gate, un’ ora prima che il treno arrivi. Veniamo minuziosamente controllati, spinti, in coda, ammassati. Curiosi, ci guardano senza vergogna. E’ gente di campagna, questa, gente che torna in provincia. Infagottata porta fagotti, bambini, uniformi logore. Le donne si tolgono le scarpe, gli uomini appoggiano la testa alle mani e i gomiti da qualche parte appena possono, per dormire. Sono tutti stanchi. Abbiamo dei posti prenotati, se così posso dire. Ma il treno su cui saliamo è un treno di terza o quarta categoria, è fatto per lunghi tragitti, decine e decine di ore. Non ci sono posti nel senso classico del termine, ma tre file di cuccette disposte per lato della cabina, quindi sei cuccette per cabina. Quando non si dorme, le persone si siedono a tre e tre sulle cuccette e si mangiano in faccia. Le cabine non hanno porte, il treno è pieno. Anche se il controllore della carrozza ghermisce due donne ree di averci occupato i posti a sedere, noi decliniamo l’invito ad accomodarci. Restiamo nel corridoio, sui seggiolini, perché siamo stanchi e un po’ schifiltosi. Vorremmo sbattere gli occhi e scoprire che il treno che intanto è partito, e sul quale faremo notte, non è infondo così disperato.

Quando si viaggia, in Cina, abitualmente si mangia. A qualunque ora, qualunque cosa: soprattutto sementi di vario tipo e noodles precotti su cui si fa scorrere acqua calda (fornita da un distributore a bordo di ogni carrozza del treno). È la normalità. Ma noi no. Guardo fuori. E ancora fuori guarderò sul secondo treno, preso al posto dell’autobus-che-non-c’era. Altre lunghe ore dentro un trenino ancor più malmesso. Tramonta, intorno, su casette sempre più piccole. La terra è rossa e verde, tagliata in canyon come una torta enorme, a fette, a crepe. Miniere. Miniere ovunque. Fumi, tossici mi dico. Guardo i volti dei miei compagni di viaggio e vedo nei loro il completo disinteresse verso il paesaggio, come succede esattamente a tutti quelli che vi sono immersi fino ad esserne essi stessi parte. Ammetto a me stessa che avrei difficoltà a distinguere uno di questi volti da quello li accanto. Se la receptionist dell’ostello in cui sono stata per ben 6 notti viaggiasse al mio fianco, probabilmente, non la riconoscerei per dire. Me ne vergogno. Ma è la verità.

Fa buio. Mi rifletto sui finestrini sporchi di questo treno che si inoltra nel buio. Non conosco il cinese, solo, riesco a riconoscere alcuni ideogrammi perché ho studiato un po’ di giapponese all’università, ma da questi ideogrammi delle stazioni via via più minuscole che superiamo, non riesco davvero a capire dove siamo. Finché l’orologio dice che saremmo dovuti arrivare da pochi minuti. Ed ecco, la stazione di Pingyao, la più piccola fra tutte quelle superate. Sarà questa?

Nel frattempo il treno si muove con il suo carico di persone addormentate e sparisce nel buio. Fuori la stazione, come sempre come ovunque, cerca-turisti provano in ogni modo a guadagnare con noi un’altra tazza di riso. Ma siamo stanchi, non abbiamo voglia del clash culturale stasera, o meglio, ne abbiamo avuto abbastanza per oggi. Decidiamo di inoltrarci verso la città antica a piedi e, almeno per un po’ è così che facciamo, zoppicando.

Ma gli zaini, le 14 ore di viaggio e, francamente, un maestoso senso di vuoto e perdita di interesse ci coglie a metà strada. Saliamo su un risciò. “Non lasciate incustoditi gli zaini li nel retro”, fa il cinese. Capiamo che questa è una cittadina dove la gente si fa pochi problemi, in generale. Il che, sommato alla stanchezza e al modo assurdo di guidare del cinese, ci infila un senso di freddo fin nelle ossa. La città, buia e vuota, è antica. Cardi e decumani, cardi e decumani, cani che abbaiano dietro portoni di legno decorati. Il primo approccio è un po’ come dire spaventoso, buio com’è e stipato di vocii sommessi. È quasi mezzanotte, abbiamo un alberghino ad attenderci, prenotato con un’applicazione del melapad. Fa strano il solo pensare che una cosa così sia possibile, in questo momento. Una applicazione per un pad. Chissà dove finiremo.

Lanterne rosse in fila in un vicolo, risuona nell’aria la musica tradizionale dell’ Opera di Pechino, una signora scosta una tenda fatta di canapa. Siamo arrivati alla pensione. Salutiamo il cinese del risciò che va via, ed anche i cinesi che lavorano nella pensione, che si intrattengono nella sala d’ingresso giocando rumorosamente a mahjong. Per fortuna, siamo finiti in una casa tradizionale molto bella, dal sapore quasi himalayano. Le signore della reception sono gentili, la nostra stanza è in fondo al giardino, a sinistra. Isolata, con una minuscola coorte di fronte, arredata da un tavolo con sedie di pietra e una fontana ribollente di muschi.

E’ un casa tradizionale, il cui letto kang ci colpisce immediatamente. Letto fatto di mattoni che in epoche antiche venivano riscaldati, sotto il materasso, durante l’inverno. Sul letto una cortina di taffettà e velluto rossa, una lampada a muro in legno lavorato, rossa. Completamente indipendenti, del tutto avvinti, chiudiamo la porta dalle decorazioni a svastiche sul cortile verde e bianco di marmo e muschio. Spegniamo ogni fonte di luce ulteriore che non sia la lampada piccola e solitaria sul letto, e abbassiamo anche le cortine.

Sogno. L’albero di ailanto di Zhuang-zi. Sono passati 11 anni ormai, quando appuntavo questa lezione del professor Peternolli. L’albero, nodoso e vecchio al punto da non poter essere lavorato se non con enormi fatiche, veniva per questo risparmiato, mentre altri, più giovani, cadevano sotto le scuri dei falegnami, per diventare tavoli e mobili. L’albero di ailanto, spiegava, doveva la sua vita alla sua inutilità. Sono sdraiata sotto le sue fronde verdi, in un giardino ricco di bambini, qui da qualche parte, nella notte stellata di Pingyao. E, prima che albeggi, ritorno al mio corpo, nella mia stanza.

E’ per via della sua inutilità che questo luogo è sopravvissuto alle ruspe e al disastro urbanistico che sta fagocitando la Cina, da dopo il comunismo ad oggi. Pingyao era un importante centro commerciale e bancario, una Siena, del periodo antico, situata tra le due storiche capitali di Beijing e Xi-An. Qui è stato inventato il primo assegno datato al mondo, qui le strade della finanza convergevano da tutta l’Asia. Poi, il decadimento. Centinaia di anni di un bel nulla proprio li dentro il dimenticatoio. E per fortuna. Eccola qui. Mentre altrove nella sterminata Cina vengono distrutte le mura antiche della città.

Museo a cielo aperto. Bella. Originale, finalmente. Lo scorcio più storico che avremo del nostro viaggio.

Più volte, parlando di Cina, ci troviamo a parlare di tematiche come restauro, copia, falso, della tematica in generale della conservazione del passato. Come italiani per noi il concetto di originale è fortemente connaturato con quello di valore morale; per chi ha inventato ed esportato in restauro come tecnica scientifica l’ incontro con la Cina è grave, per almeno due motivi: non solo il comunismo ha distrutto il ricordo del passato, ma la Cina stessa si fonda su una concezione differente di copia. Nella pittura ad esempio, la copia avveniva perchè l’allievo si impadronisse di uno stile; e lo stesso concetto di autentico è diverso, ad esempio in architetturavengono considerati autentici edifici rinnovati. Il concetto di unicità è frutto del Romanticismo, cosi come quello di artista, ed è a partire da questo nostro che giudichiamo gli altri.

Il punto non è quindi che loro sono cosi, piuttosto che noi siamo cosi.

Le strade della città storica sono oggi negozi di dolciumi, ristoranti, pensioni, farmacie, antiquari, di tutto un po’. Ogni negozio è un mondo a sé, decorato nei minimi particolari, legno intagliato e dipinto in fogge sempre diverse, uniche. Un universo di motivi, legati tra loro da rimandi di significati e simbologie antiche. Ci sono molti turisti, la maggior parte dei quali cinesi, alcuni persino italiani. La vista dall’alto spazia, sui tetti di una città ordinata e perfetta, tanto da sembrare finta; la vista notturna, fatta di vicoli bui e lanterne rosse a centinaia, strega. Dentro una di queste bagua è stato girato “Lanterne rosse”. Ancora veniamo fermati in strada per delle foto. C’è un diffuso senso di pace. Non sempre le cose procedono uguali a se stesse e venire qui è stata una ottima idea, perchè la città riluce di quel valore che l’originale possiede, valore legato, come diceva Cesare Brandi, alle intenzioni originarie dell’opera (d’arte), valore che mancaquindi alla copia perchè frutto di intenzione diversa.

I dolci dell’imperatore sono dei cubi di zucchero e miele, lavorati in successive sfoglie di ragnatela che vengono poi avvolte. Mangiamo questi e fette di zenzero candito, beviamo te verde giapponese senza zucchero, mentre il sole oro e viola frusta Pingyao al tramonto. C’è persino una piccola chiesa, costruita sulle spoglie di una sinagoga, ma sembra abbandonata. Nel suo recinto di mattoni grigi, le ombre si allungano al calare del sole. La terra arancione e il cielo celeste mi catapultano in Messico, tale è la incredibile somiglianza con quelle chiese. Strano, strano incrocio di vettori stilistici e storici questa città.

Ecco cosa mi ricorda, l’anime Sen no Chihiro no Kamikakushi di Hayao Miyazaki ( Spirited Away in inglese ), ed io sono Chihiro, la ragazzina che si inoltra nell’ onsen degli spiriti. Giorni fa mi chiedevo se esistessero case infestate, ed ecco un’intera città piena di spiriti, che siano stati loro, gli spiriti, a nascondere la città agli sguardi del governo centrale per così tanto tempo?

A Letter from Wutai Shan

Nubi all’orizzonte e breccia nei polmoni

La scoperta in Cina del turismo e del turismo religioso ha creato il turismo religioso di massa cinese, ovvero la cosa più vicina a una invasione di cavallette che io abbia mai visto. Dove passano, la devastazione, non cresce più nulla.

Desiderosi di un’ immersione ulteriore nella pace e armonia della vita lontana dalle grandi città, decidiamo di visitare uno dei siti religiosi più famosi ed importanti della Cina. Torniamo verso Taiyuan, e poi prendiamo un autobus per il gruppo montuoso. L’aspettativa è grande.

Vorrei isolarmi sulle montagne sacre, vorrei meditare, riflettere su un anno, quello che sto vivendo, passato finora nel centro dell’acceleratore karmico; vorrei pesare e capire il mio posto nell’universo, valutare quale esso sia alla luce della tempesta passata. Ma non penso nemmeno un secondo che sto cercando la spiritualità proprio in luoghi analoghi a quelli da cui Gesù cacciò via i mercanti.

Il Wutai Shan è un’area molto vasta, un gruppo montuoso completamente avvolto da nuvole e devozione, per via del centinaio di siti religiosi che ospita. Avvolto dalla devozione e da migliaia di turisti indigeni ogni giorno, turisti cinesi, ovvero cavallette.

Un piccolo pullman stracarico guidato da due autisti dai modi rozzi ma decisi. Il viaggio dura almeno 5 ore. L’ingresso all’area è gestito attraverso una sola via d’accesso, sbarrata da un grande edificio-biglietteria. Il biglietto d’ingresso a quello che, di fatto, è un ‘parco religioso’,  è cumulativo e vale per quasi tutti i templi e per prendere i bus navetta della zona, che li collegano. Ci fanno scendere e a piedi ci fanno acquistare il biglietto, l’autobus è intanto andato oltre il controllo degli agenti e ci aspetta dall’altra parte. Un’altra oretta scarsa di viaggio e ci scaricano nel piccolissimo villaggio campo base per le arrampicate sui  monti. Non abbiamo prenotato, questa volta, perché l’accoglienza alberghiera di queste zone è molto primitiva, tecnologicamente parlando. Comincia a piovere. Per poco scambiamo le nuvole che scendono dal cielo con la nebbia, ma sono nuvole, siamo in alto a quasi tremila metri. Le immancabili lanterne rosse cominciano a comparire, accese in questo paesaggio azzurro da madrugada, accese tra un neon e l’altro. L’intero paese, costituito  quasi esclusivamente di alberghi a conduzione familiare, è pieno. Riusciamo a trovare una stanza per notte, una notte per volta. Di giorno ci addentriamo nei boschi, piove. Visitiamo i templi, ammiriamo gli scenari. Mentre orde di turisti cinesi invadono, destabilizzando, il paesaggio che vorremmo imprimerci nella memoria. Un paesaggio a sua volta, a ben vedere, non originale, ma in continuo rifacimento. Addirittura alcuni di questi templi sono copie. Sono fatti ai nostri giorni.

Diceva Brandi che nel giudizio di falsità si riconosce un giudizio problematico, col quale ci si riferisce alle determinazioni essenziali che il soggetto ( il tempio, qui) dovrebbe possedere e non possiede, ma che invece si pretenderebbe che possedesse ( nel nostro caso, si pretenderebbe che fosse originale) , “onde nel giudizio di falsità stabilisce la non congruenza del soggetto al suo concetto, e l’oggetto stesso è dichiarato falso”. E andava avanti ritenendo la copia come un falso storico ed estetico insieme, che può essere giustificato solo a fini didattici o “rimemorativi”, ma che non può sostituirsi senza danno storico ed estetico all’originale.

In specifico per la Cina questa problematica si incontra con quella della immissione nel mercato globale di prodotti falsi (copie) che vengono fatte passare per vere (originali).

Per questo ci stiamo sentendo raggirati. In Cina siamo venuti per cercare qualcosa che non stiamo trovando. Noi abbiamo interiorizzato una convinzione che viene espressa bene dallo storico dell’arte ( non a caso senese) ovvero che un edificio ricomposto, seppure con le sue stesse “membra” originali, è ancor meno di una mummia rispetto alla persona che fu viva. In altre parole, per noi l’opera architettonica è viva e vegliarda, nonna e nonno. Avevate un nonno che, da bambino, portandovi per mano sotto la statua equestre di Garibaldi, vi diceva “Saluta zi’ Pepp.”? Ecco. È quello do cui sto parlando.

Soldi, sono soldi quelli che cercano i ristoratori, gli alberganti, i monaci del Wutai Shan. In questo luogo, uno dei più religiosamente intensi di tutta la Cina, i mercanti si sono sostituiti ai religiosi. Un turismo religioso mordi e fuggi, fatto di interminabili code e gingilli turistici di pessima qualità e fattura. In alcuni casi, come sul tempio in cima la seggiovia, il biglietto va pagato all’ingresso, nonostante si abbia già quello cumulativo.  Delle centinaia di personaggi intenti a mangiare ad ogni angolo delle strutture sacre, ho potuto contare soltanto tre persone intente in una preghiera tradizionale e sentita, votiva. E una di queste era un monaco. I miei desideri di sacralità e meditazione si stringono fino a creare un piccolo sassolino nero e pesante all’altezza dei polmoni: non credo che riuscirò ad essere serena qui.

Confusione, autobus, strade in rifacimento da colonie penitenziarie. Per ogni cinese al lavoro ce ne sono quattro che guardano, non è solo un luogo comune. Blocchi stradali insensati. Code lunghe chilometri. Poliziotti di uniformi e appartenenze diverse che non sanno da dove cominciare per sbrogliare il quadro della situazione. Stanno li fermi, a guardare scendere la pioggia, il traffico impalato all’incrocio sacro. Attorno a loro si sommano disordinati altri uomini, sotto l’acqua. Lemuri girati in là, sguardo ottuso, il vuoto nella loro mente.

Una strana sensazione di prigionia. Una sacra sensazione di prigionia. Il sassolino diventa sempre più pesante, li dentro, e occlude il respiro.

In nessuno degli alberghi riusciamo a trovare il collegamento a internet, il sassolino è diventato un sasso, pesa sempre di più. Nulla possono fare a questo punto i pur magnificenti templi. Una volta, qui , deve esserci stata la fede. Oggi, parcheggi per autobus, macchine blu e limousine. Turisti dai colori cacofonici con cappelli ridicoli che montano un micro ombrellino arcobaleno, per difendersi di volta in volta dal sole o dalla pioggia. La persona più elegante vista, una monaca. Vestiva tunica dai colori sabbia e cammello, grigio antracite. La borsa a tracollo. Il capello rasato. Quella tipica forma di cranio tagliato dietro. Rotondo volto davanti. Sguardo sereno, almeno lei.

Ceniamo.

Riusciamo a trovare un ristorante vegano ottenuto all’interno di un antico teatro. Sul palcoscenico, monaci vestiti di giallo si esibiscono in canzoni tradizionali, davanti a una scenografia paradisiaca del Wutai Shan, tristemente lontano dalla realtà li fuori. Il teatro è davvero bello, la cucina ottima.

Dopo cena cerchiamo un computer, lo troveremo in una abitazione privata con stanza internet clandestina arabattata in un magazzino. Paghiamo una cifra spropositata per il luogo, ma siamo tagliati fuori dal nostro mondo ormai da quasi due settimane in tutto, e il mondo virtuale ci sembra un necessario rifugio.

Piove, anche stanotte. Le code delle nubi si intrecciano in volute sopra i tetti. In silenzio, in tacito accordo, ripieghiamo i nostri vestiti sul letto. Distinguendoli per forma, pesantezza utilità. Li disponiamo negli zaini. La mattina dopo, all’alba, è su un autobus microscopico e scassato che ci allontaneremo per sempre dalla montagna sacra.

A Letter from Datong

Gernsbacking China

Quando organizzavo il viaggio dall’Italia, mi imbattei in un servizio giornalistico di Al Jazeera sulla città fantasma di Kangbashi, Ordos, Inner Mongolia e la cosa mi ricordò il racconto “Il continuum di Gernsback” di William Gibson, ma non mi chiesi il perché.

Affascinata dalla scoperta, però, inclusi Kangbashi nell’itinerario, o meglio, decisi coscientemente di compiere una bella deviazione verso Ordos ( quattordici ore di treno notturno da Beijing ), perché volevo assolutamente vederla, camminare per le sue strade chilometriche, asfaltate di semafori, vuote; aggirarmi tra le centinaia di grattacieli dai 30 piani, disabitati, riuscire magari anche a salire ed entrare in uno di quegli appartamenti che stanno li, in attesa di cosa?

  • contenitori, contenitori vuoti –

Avrei percorso la Gengis Kahn Square e la fontana, fotografato i due cavalli rampanti nella Linyinlu Square, sarei entrata nell’ Oros Museum di arte Contemporanea, la gigantesca goccia di mercurio antigravitazionale vuota. Non una città fantasma abbandonata come quelle vecchie cittadine minerarie, una città moderna, costruita negli ultimi sette anni per una popolazione che non esiste, e non s è mai trasferita qui, una città mai abitata.

Una città di fondazione, in altri termini, pensata per circa due milioni di abitanti, ma contente solo circa trenta mila, tutta gente impiegata nella sua costruzione o che le fa da guardia, che vive alcuni chilometri più in là e che non potrà mai permettersi di comprare un appartamento qui, perché i prezzi sono astronomici.

Kangbashi è stata pensata come distretto per il business, edificata a questo scopo su terreni lottizzati, venduti dai piccoli proprietari terrieri, che poi reinvestono nelle società finanziarie gestite dagli stessi palazzinari, in quanto garantiscono ritorni più elevati delle banche, perché con quei soldi finanziano a tassi da usura la gente che poi acquista gli appartamenti. Una folta schiera di investitori cinesi hanno poi acquistato questi appartamenti, senza occuparli, ma aspettando tempi migliori per venderli. Kangbashi affascina ed è frutto della grande bolla speculativa cinese, economica, immobiliare, sociale, altrove già definito “modello di tempesta finanziaria”.

Durante il tragitto in autobus dal Wutai Shan a Kangbashi, però qualcosa è balenato. Andare a Kangbashi si è rivelato non indispensabile, perché tutto quello che è attorno a me è Kangbashi. Le cose mi cadono dentro e nella testa permangono, un enorme disastro ambientale e demografico, scavata la terra hanno creato montagne da riporto. Noi, veniamo dal futuro, veniamo qui in questo sogno di benessere consumistico dei loro anni conquanta. Dove nulla è reale. Una infilata di billboard mastodontici disegnano valli incantate, ricche di corsi d’acqua e verde rigoglioso, montagne come dimore di dei, pace e calma, tranquillità. Enormi billboard nascondono slum impolverati a perdita d’occhio, gente seduta sulla terra scavata, centinaia di tir muovono la terra in fila indiana su una strada minuscola, come formiche. Polvere, polvere ovunque. Le scatole basse degli slam si perdono nella polvere, più basse dei tir.

La strada è quella verso il nord, verso una delle città industriali più inquinate della Cina, una delle città che ricorderò come la più brutta in assoluto che abbia mai visto, il suo nome è Datong; da li sceglieremo se proseguire per Ordos, per la Mongolia, o chissà. Con il passare delle settimane ciò che ci è sempre più chiaro è di navigare a vista, di non fare troppi progetti.

Inoltre, siamo malati.

Decidiamo così di dormire in un albergo internazionale, qui dove non c’è davvero nulla per le strade, se non ancora polvere e traffico.

Svengo più che addormentarmi. Dal sesto piano tutta la notte è un suono della città che sale, esplosioni e bagliori lontani nel buio, che continueranno il giorno. Non riesco a capire da dove vengano, che cosa sono. Mi dirò che si tratta di esplosioni nelle cave, e nel mio sonno febbricitante mi chiamo Dialta Downes e cerco di fotografare quello che non c’è del sogno futuro della Cina, il futuro che sarebbe dovuto essere adesso, ma non c’è. Ha preso forma in quartieri vuoti di palazzine a guardia di una civiltà scomparsa, moai sotto un sole nucleare che non guardano mai verso il lato giusto, l’orizzonte del domani, e voltano le spalle al passato, alle identità sacrificate. Attraverso i quartieri in auto, e capisco che Kangbashi è nient’altro che questo, non vale la pena andarci, perché ciò che ho cercato, ho scoperto, è ovunque.

Cosa succede però se non c’è la cultura dietro l’immaginario del futuro, ma solo la fame di denaro?

Datong è una città piena di edifici vuoti, edifici distrutti prima ancora di essere abitati, distrutti per venire ricostruiti, Datong sta tirando giù le sue mura medievali e i suoi quartieri antichi, per costruire ancora e ancora.

Bisognerebbe “trarre piacere dal malmenare il senso comune”, parafrasando F.Jullien. Nel suo libro, Elogio all’Insapore, quest’ultimo si eleva a fondamentale categoria estetica della cultura cinese, visto come topos del “centro” o della “base”, qualità che annulla tutte le forme di eccesso pur senza eliminarne i semi ed, anzi, luogo dove queste coesisitono e possono essere apprezzati. Equilibrio e panopticum, per le aberrazioni, insomma.

Quel che rende difficile riflettere sulla Cina, anche, è proprio questa netta incongruenza tra testi critici e realtà, nulla di quello che vedo è equilibrato, è semmai brutto.

Ancora qualcosa invece si ritrova nelle poche vestigia superstiti. Facciamo una gita fuori, per vedere lo straordinario spettacolo del sito archeologico delle Yungang Caves, tra i più imponenti della statuaria buddista rupestre e templi ipogei. Il sito è ben gestito e i restauri cosienziosi, si repira una dimensione nettamente internazionale, rispetto il Wutai Shan. Le sculture scavate nella roccia, imponenti ed eleganti, mi fanno capire qualcosa di quell’ “Insapore” cosi svaluato dalla nostar cultura. Già O.Siren, esponente massimo nella storia dell’arte cinese, di fronte queste statue scrisse che offrono a malapena un modello, e ” le impressioni che si ricevono sono naturalmente fugaci e dipendono molto dagli effetti di luce”.

Torniamo a Datong nel crepuscolo rosa e viola delle nubi di smog. In un attimo, capisco.

Fantasmi semiotici, ecco cosa vedono i cinesi, e che io non vedo. Un fantasma semiotico si forma con frammenti del sogno di massa su come doveva essere il futuro, ma che non si è espresso, non si è concretizzato. Loro vedono i fantasmi semiotici del 2000, secondo come lo sognavano negli anni 50; come un velo di maya questi fantasmi sono li , attaccati agli edifici che io vedo vuoti, e li dipingono sfavillanti e meravigliosi agli occhi dei cinesi. Dove io vedo un cartellone pubblicitario menzognero loro vedono acque e cascate cristalline. Per davvero, è li che vivono con la testa.

Più di un miliardo di persone ha perforato la membrana probabilistica del continuum di Gernsback, e la loro percezione di futuro è spaventosa in quanto ha dimenticato il suo passato. E crea intanto spazzatura che intasa, si ammassa, sporca; che noi vediamo, ma che loro non vedono.

A Letter to Shanghai

From an autumnal Bologna to my friend G.

Sta terminando ottobre, e piove, sopra il velux del mio tetto in legno, mentre da qui, da Bologna, cerco di ricordare le sensazioni provate poche settimane fa, nella mia ultima tappa a Shanghai.

Si dovrebbe avere l’audacia di non perdere l’attimo – che fugge – quando arriva, e scrivere immediatamente sotto l’istinto, invece che cedere al richiamo della vita oggettiva e rimandare ad un poi, un dopo, quando ci sarà più concentrazione, falso, più tempo, falso. E l’unica cosa di vera sarà che l’attimo per scrivere, rivivere, segnare, è passato.

Mi verso il caffè, il cui aroma corona il ticchettio della pioggia sui vetri. È già autunno, fuori, si sente dall’odore, deve aver già nevicato sulle montagne; mentre la mia mente rivà in quei gialli e verdi caldi del parco, quei blu al neon delle luci del locale, quel locale di Shanghai dove io e G. ci siamo riviste, dopo due anni, questo agosto.

Temevo di non riconoscerla, dopo due anni. Mantenevo a mente i suoi tratti somatici salienti: pelle chiarissima, capelli neri lucenti e lunghi, molto lunghi, bracciale tradizionale di giada, occhi a mandorla. Le ho fatto una sorpresa, non sapeva del mio arrivo a Shanghai. D’altronde non lo sapevo nemmeno io. Così, il secondo giorno le ho scritto una mail. E lei ha risposto immediatamente.

Chissà, G., che effetto ti deve aver fatto, scoprire che ero li, nella tua città!

Ci siamo viste la sera al Barbarossa, un locale che G ha scelto per noi, un luogo di classe nascosto a Nanjing Road e frequentato dalla gioventù rampante della Shanghai capitalista. E dai colleghi occidentali in odore di “scambio culturale profondo e sentito” con le bellezze del luogo. Un locale vagamente lascivo se, penso, di stile turco o marocchino, offriva in quel della Cina narghilè e cuscini, soprattutto, sotto un cielo viola trafitto dai grattacieli cyberpunk. Ma queste contraddizioni, come le amiamo stancamente definire noi occidentali, appartengono solo a noi appunto, al nostro modo di interpretare la commistione storica e la sovrastratificazione di epoche politiche e sociali a cui siamo stati abituati a guardare geologicamente e ordinatamente, e non devono riscuotere molta curiosità in loro. I giovani cinesi della futura classe dirigente.

Francamente, era da quando sono nata che volevo vedere questa città, e, come tutte le cose che si riescono a realizzare e che si sono a lungo sognate nella propria vita, quando si è li, almeno io, ci si ritrova completamente rintronati, avulsi, lontani. Almeno io mi sentivo come il protagonista di Trainspotting in overdose dentro il tappeto rosso della “mamma”. Abbiamo bevuto Tequila Sunrise e fumato il narghilè, ci siamo salutate calorosamente mentre i nostri compagni si scoprivano, con piacere, appartenere entrambi al pur stretto ancora gruppo degli scrittori; un Quartetto Cetra di pseudointellettuali sino-italiani, insomma, che ha cominciato a scambiarsi pareri politici, economici e sociali sul fenomeno mastodontico della Cina, sulle opportunità inesistenti di lavoro in Italia, sulla necessaria collaborazione dei nostri due paesi. Intanto le ragazze ballavano tutte li intorno in questa terrazza marocchina immersa nel verde bosco del parco di People’s Square a Shanghai.

Ed io pensavo che la vita è davvero incredibile, paralizzata come ero nella fotografia di quegli istanti di una bellezza commovente.

Ti è mai capitato, G, di renderti conto che li dove sei in un dato momento è esattamente dove pensi di dover essere? Il tuo posto…. Che il tuo posto è esattamente quello che occupi? Soprattutto, che in qualche modo, con tutte le colpe che ogni essere umano si porta dietro, che comunque quel posto è in parte regalato, ma anche in parte conquistato? E non parlavo di lavoro, no.

Finalmente vedo Shanghai. Veniamo da lontano, veniamo dallo Shanxi, da Datong, perché abbiamo scoperto di non poter attraversare il confine con la Mongolia semplicemente salendo sulla transmongolica da li, da Datong, ma che avremmo dovuto tornare a Pechino e prenotare come tutti i turisti, lungo un canale dedicato. Non ci si muove liberamente, no. Veniamo da lontano, veniamo da Bologna, veniamo dal medioevo. Arriviamo alle ventidue in albergo, il TianTian. Il tassista del mattino, di Datong, ci ha portati all’autostazione sbagliata, per cui abbiamo perduto la corsa per Pechino e ci siamo dovuti adattare a partire da altrove. È sempre altrove.

Veniamo dalla pioggia, dalla polvere e dall’inquinamento. Guardo in alto e vedo l’enorme bar a forma di Saturno che sovrasta People’s Square dal Samsung Building, da dove abbiamo goduto il tramonto poche ore fa. Siamo una civiltà che corre sulle immagini perché in qualche modo è più semplice vedere, che immaginare. Più semplice per me ricordare, che scrivere trovando le giuste coordinazioni carpiate di parole quanto lussuriosamente bella e futuristica è questa sfera sospesa nel cielo.

Guardo la mia amica, mentre so che una volta partita dalla Cina non ci sentiremo più a lungo. In Cina FB non è attivo, e Youtube è oscurato. Potremo scriverci via mail, è vero, ma non lo faremo.

Sono una persona pigra, pigra abbastanza da scrivere invece di prepararmi un te cinese, di quelli comprati a Pechino prima della partenza, quelli buonissimi, mentre fuori, primo giorno d’autunno dall’ora legale, piove ancora e fa buio.

Lo sceneggiatore amico di G mi ha regalato un cellulare che non ho mai usato e sta, dimenticato, nel cassetto della scrivania con tutti gli ammennicoli tecnologici. Avevo promesso di avvisare quando avessi lasciato la Cina. Non l’ho fatto. La pigrizia è tutto sommato una forma di protezione.

Non ho fatto neppure questo, scusami G, spero che potrai scusarmi. Chissà quando ci rivedremo. Qui le cose non sono cambiate, c’è sempre meno lavoro. Hai fatto bene a tornare a casa dalla tua famiglia. Mi spiegavi che era una delle poche ad aver preferito ( e potuto permettersi di ) pagare la multa governativa e avere il secondo figlio, tuo fratello. Mi ricordo che, quando vedevi a Bologna le manifestazioni, ti preoccupavi da morire perché non ne avevi mai viste prima, dicevi “Perché lo fanno? Non sanno che è pericoloso?” Nemmeno a Shanghai infatti, si protesta. Al massimo ci si rifiuta di passare il proprio bagaglio attraverso gli innumerevoli metal detector della metro.

Hai detto : “Sono molto fortunata, perché sono nata qui e ho potuto studiare all’estero. Molti cinesi non lo possono fare”. Sei una ragazza lontana da quell’immagine della cina trash capitalista che ha fagocitato le tue coetanee – si può dire? Quella di cui mi ero fatta una emozionata idea leggendo Mian Mian e la ‘gemella’ in Shanghai Baby e che ho visto incarnata in tutte le belle e giovani ragazze cinesi che girano nelle hall degli alberghi, tutta la settimana, senza sosta. Abbiamo parlato a lungo delle politiche di smaltimento di interi quartieri storici, e il tuo amico non sembrava affatto d’accordo o prono alle attività governative. Ma non si può scegliere, e magari, fa anche cool dimostrarsi contrari al governo di fronte a due italiani, no?

La verità è che non siamo diversi. Anche lui adora la roba giapponese come faccio io, lui ha il washlet in casa, il tatami e il tavolino a scomparsa nel pavimento, grazie ad una manovella. Ha il proiettore e lo schermo che scende dal soffitto, anche lui ritiene come S. che Johnnie To sia uno straordinario regista. Beviamo dell’ottimo vino mentre guardiamo Red di R. Schwentke, mentre tu, G., ti sei messa in pigiama. Siamo arrivati a casa vostra percorrendo uno dei miei sogni, la grande soprelevata che avvolge la tua splendida città, dal The Bund a qui, primissimo quartiere residenziale. La soprelevata che deve aver ispirato almeno una secchiata di scrittori cyberpunk e che qui sta. Abbiamo viaggiato nella sua macchina dai sedili rivestiti di pelouche, abbiamo riso alla scena riemersa negli immaginario collettivizzato da ore di conversazione di “A Spasso con la rock star” in cui Aldous si fa passare il badtrip strusciandosi sulla pelliccia sintetica con cui ha rivestito le pareti della stanza. Le macchine filavano dietro di noi, la soprelevata era grigia e le luci arancio mentre sembrava di volare nel buio della Cina, nel buio di shanghai dove da qualche parte, mi dicevo, in una dimensione parallela, nell’immaginario forse di Zhou Weihui, ci doveva essere il Lotti’s Bar in cui Coco, scrittrice soft porno alle prime pubblicazioni, si mantiene facendo la cameriera.

Appena rientrata, ho avuto la fortuna di assistere al Mambo ala proiezione del documentario sulla vita di Ai Weiwei, “Never Sorry” e qualcosa dentro si è riscaldato. Ai Weiwei grida al mondo le stesse sensazioni di rabbia che ho provato io in Cina, rabbia verso lo smarrimento sistematico delle radici culturali, verso le ingiustizie perpetrate dal grigio regime. E Ai Weiwei è divenuto per me un modello, incarnando, pur con il suo fare dirompente e moderno, quasi pedissequamente l’immaginario del letterato, intellettuale e pittore cinese, che si è sempre opposto strenuamente alle ingiustizie del potere attraverso la propria opera creativa e che ha fatto grande la vostra storia dell’arte, la vostra storia.

 

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